
Quello che ti dici ogni giorno ti sta cambiando il cervello
E non è una metafora. È neuroplasticità in azione.
Ogni giorno pensi, valuti, giudichi.
Dentro la tua testa c’è un flusso continuo di parole.
Un dialogo silenzioso che commenta la realtà, anticipa scenari e racconta — spesso senza pietà — chi sei.
Molte persone non se ne rendono conto, ma quel dialogo — anche quando è inconsapevole — sta modellando il cervello, plasmando reazioni emotive e condizionando la fiducia in sé stessi.
Il modo in cui ti parli cambia il modo in cui ti senti.
E cambia anche il modo in cui il mondo ti risponde.
La vera autosuggestione non è ripetere frasi davanti allo specchio
Quando parlo di autosuggestione, non mi riferisco alla ripetizione meccanica di frasi positive tipo “ce la farò, ce la farò, ce la farò”.
Quel tipo di affermazione, se non è radicata nella realtà, può persino produrre l’effetto opposto: il cervello se ne accorge, non ci crede, e crea ancora più dissonanza interna.
La vera autosuggestione è un processo spontaneo e continuo.
È il modo in cui ti parli mentre vivi. Sono le frasi che ti ripeti nella testa senza accorgertene…
“Tanto io sono fatto così.”
“Queste cose non fanno per me.”
“Ogni volta che ci provo, sbaglio.”
Queste non le dici davanti allo specchio. Ma le pensi. Le ripeti. Le rafforzi.
E ogni volta che le confermi, plasmi il cervello in quella direzione.
Non perché siano vere, ma perché diventano la tua versione preferita della realtà.
E no, non basta “pensare positivo”
Molti confondono autosuggestione con ottimismo.
Ma il pensiero positivo, da solo, non basta.
Se non cambia la struttura linguistica del tuo dialogo interiore, il pensiero positivo rischia di essere solo una mano di vernice su una crepa che non è stata riparata.
In neurolinguistica applicata (N.L.A.), non lavoriamo con frasi generiche tipo “andrà tutto bene”.
Lavoriamo su formule specifiche, credibili e coerenti, che il cervello possa accettare, assimilare e rinforzare.
Perché la mente non si rieduca con l’entusiasmo. Si rieduca con la ripetizione intelligente.
Un esempio pratico che puoi usare da subito
Supponiamo che tu abbia una presentazione, un esame o un colloquio. E senti quella vocina dentro che dice:
“Oddio, sbaglierò di sicuro. Sarà un disastro.”
Non serve illuderti con “sarà perfetto!” se non ci credi.
Prova invece questa autosuggestione, più realistica e funzionale:
“È normale sentirmi agitato. E anche con l’agitazione posso fare bene le cose. Mi preparo, respiro, e vado.”
Questo tipo di frase non nega l’emozione. La include, la normalizza, e orienta l’attenzione sull’azione.
Questo è il cuore dell’autosuggestione utile: non ti racconti una favola, ma ti dai una direzione.
Un esercizio semplice
La frase di contrasto positivo
- Prendi una frase ricorrente che ti capita di pensare, in momenti di difficoltà.
(Es. “Mi blocco sempre quando devo parlare davanti a qualcuno”) - Scrivila su un foglio. Poi chiediti:
– È sempre vera?
– È utile pensarla così? - Riscrivila in una forma più funzionale, più vera e orientata al miglioramento.
Esempio: “Mi è successo altre volte di bloccarmi, ma ogni volta ho imparato qualcosa. E posso far meglio oggi.”
Poi rileggila a voce bassa tre volte prima di una situazione reale.
È tutto qui. Ma se lo fai con continuità, inizi a rieducare la voce interiore.
Le parole ti trasformano: la scienza lo conferma
Già nel primo Novecento, Émile Coué, farmacista e psicologo francese, aveva compreso che la mente può essere rieducata attraverso la ripetizione verbale, ma solo se le frasi rispettano una struttura psicologica funzionale.
Coué non diceva ai suoi pazienti di ripetere “sono guarito” — perché sapeva che la mente cosciente avrebbe rifiutato l’affermazione, ritenendola falsa.
Al contrario, faceva ripetere una formula costruita con cura:
“Ogni giorno, da ogni punto di vista, sto migliorando sempre di più.”
Questa frase era potente per due motivi:
- Non pretendeva una trasformazione immediata (evitava il conflitto interno)
- Sfruttava la ripetizione per orientare l’inconscio verso una tendenza positiva e graduale
Oggi potremmo dire che Coué aveva intuito ciò che le neuroscienze hanno poi confermato: la mente accetta e rafforza ciò che è coerente, credibile e ripetuto nel tempo.
Lo stesso principio è stato ripreso da Maxwell Maltz in Psicocibernetica, dove propone di lavorare sull’immagine di sé e sulla percezione di autoefficacia, attraverso frasi e visualizzazioni che il cervello possa interiorizzare come plausibili.
Ad esempio, non dire “sono perfetto”, ma:
“Posso imparare, posso migliorare, e ho già cominciato.”
Studi recenti, come quello di Ethan Kross (University of Michigan) e Jason Moser (Michigan State University), hanno mostrato che il dialogo interiore in terza persona riduce la reattività emotiva e migliora la regolazione cognitiva, attivando le aree cerebrali legate al controllo.
La ripetizione mentale è anche alla base della spaced repetition, che rafforza le connessioni neurali e fissa nuove abitudini. Lo stesso principio vale per il linguaggio interiore: se lo ripeti con metodo, diventa struttura.
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Perché ciò che ti dici, ti costruisce. O ti limita.
Andrew Bosco
E imparare a parlarsi bene non è autoindulgenza.
È potere personale.
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